Ultima degenerazione: le nuove frontiere dell'attivismo

Siete pronti al prossimo Ciak? 3, 2, 1... Azione!

Ultimo anello di una catena lunga chilometri, fatta di strutture e archetipi troppo poco trasparenti ma che vengono appoggiati da un gran numero di persone, soprattutto giovani. Sto parlando degli attivisti, che negli ultimi periodi sono balzati spesso alle cronache per le azioni poco ortodosse, al limite del legale.

"Just Stop Oil", scratch su acrilico prodotto per le strade di Colonia dall'artivista tedesco Peter Mück © crossart international

Non passa giorno senza che al tg vengano commentate le azioni sovversive di attivisti che, seppur mossi da nobili intenti, bloccano il regolare flusso della quotidianità umana, generando caos e mettendo in seria difficoltà parti di popolazione che da un certo punto di vista non hanno colpe (in quanto singoli soggetti privi di potere): traffico bloccato, mura istituzionali imbrattate, opere d'arte metaforicamente devastate, in quanto defraudate della sacralità eternamente e tacitamente riconosciuta... d'altronde solo attraverso azioni forti che si mescolano al monotono incedere della vita tradizionale si può attirare l'attenzione delle alte cariche dello Stato, unici individui che potrebbero realmente fare qualcosa per la questione. Ma a quale prezzo?

Ultima in ordine di tempo la protesta pacifica che poteva finire in tragedia, avvenuta nella mattina di venerdì 17 febbraio presso la sede RAI di Torino. Un attivista di "Extinction Rebellion" nel tentativo di occupare, insieme alla sua crew, gli ingressi della RAI esibendo striscioni al fine di chiedere ai giornalisti più attenzione mediatica al climate change è stato rincorso e braccato da una guardia giurata che lo ha successivamente minacciato puntandogli la pistola d'ordinanza. Tra le pronte scuse della RAI, mortificata per l'accaduto, e tra chi dice che i ragazzi « se la sono andata a cercare » una reazione così esagerata che sfiora i limiti della violenza poteva essere anche risparmiata... per la serie, "anche meno!". D'altronde stiamo parlando di un gruppo di protesta pacifica, priva di armi e di intenzioni rissose che cercava di irrompere in degli studi televisivi... non nella fortezza del Re Sole, e pure!

"Pattex, The Real Revolution!", scratch artistico prodotto per le strade di Colonia dall'artivista tedesco Peter Mück © crossart international

Spuntano come funghi, si ergono a paladini del futuro, esercitano opere di convincimento attraverso solenni sermoni dai toni catastrofici... a vederli sembrano più un gruppo di soldati addestrati che giovani sanamente ribelli e attivi in difesa del futuro. Sto parlando dei cadetti di movimenti attivisti diffusi in tutto il mondo, quali "Ultima generazione", "Extinction Rebellion", "Derniere renovation", "Letzte Generation" tutte associazioni che fanno capo ad un'unica cabina di regia: la Climate Emergency Fund (CEF), società finanziaria con sede in America finanziata da miliardari, ovvero persone che, a primo acchito, non si distinguono certamente per la propria sensibilità nei confronti dell'emergenza climatica... per dire!

Fondata nel 2019 da Trevor Nielson, il CEF ha lo scopo di finanziare « il reclutamento, la formazione, le spese legali e le azioni. Il movimento deve agire come se la verità fosse reale, impiegando comunicazioni di emergenza » così come affermato dal direttore esecutivo Margaret Klein Salamon. Vista così, sembra quasi una grande macchina di artefazione finalizzata alla messa in scena di importanti tematiche di sensibilizzazione volta, magari, a coprire interessi economici più che promiscui.

Come emerge dall'inchiesta condotta in merito dalla giornalista Maddalena Loy, infatti, rispetto al CEF tutti i documenti sono pubblici tranne quelli relativi all'entità dei finanziamenti e la suddivisione degli stessi. Che sia solo un caso?

Al di là del racconto degli episodi più o meno infelici, e delle macchinazioni retroattive che si nascondono dietro questi movimenti è mia intenzione porre l'accento sulle modalità con cui gli attivisti contemporanei, individui ingenui, mossi dal fuoco della giovine passione e spesso ignari di quanto detto sopra, cercano di sensibilizzare i comuni soggetti.

Fino a che punto reazioni così estreme possono essere avallate in nome di una giusta causa? Queste azioni spropositate quanto possono giovare alla causa stessa?

Ormai si punta tutto sullo spettacolo, sul colpo di scena che per quanto possa sortire l'effetto desiderato, ossia l’attenzione della gente, va al contempo a svilire la nobile causa del gesto.

Perdita di credibilità... questa è la peggiore conseguenza che un atto sovversivo e spettacolarizzato possa generare agli occhi e nelle menti di persone già cieche di fronte al tema. L'esasperazione di un argomento delicato non fa altro che mutare la percezione rispetto al nocciolo della questione. L'atto di denuncia diviene becera esibizione.

Il dovere morale alla ribellione è un sacrosanto diritto soprattutto se ci si trova davanti a un muro di omertà che finge di non vedere negando la deriva inarrestabile verso la quale ci si sta avviando, il tutto per meri interessi economici. Doveroso, dunque, è sbattere in faccia la realtà e altrettanto doveroso è farlo con gli strumenti giusti. L'eccesso non ha mai portato nulla di buono, se non a fraintendimenti.

Svilire una categoria, se così si può definire quella degli attivisti, è controproducente e deleterio per la storia della categoria stessa. Ciò di cui oggi siamo testimoni è lontano anni luce da quanto in passato ha segnato la storia dei "movimenti", ovvero le proteste di Mahatma Gandhi, Nelson Mandela, Desmond Tutu, Danilo Dolci e tanti altri.

L'attivismo di oggi è cambiato (di conseguenza al cambiamento delle problematiche e degli strumenti per pubblicizzare quest'ultime), è più sovversivo, più irruento, più aggressivo nel suo "essere pacifico". I tempi sono cambiati con l'avvento del digitale e delle community online (i famosi social media) che se da un lato contribuiscono a diffondere la causa, dall'altro fomentano gli astanti nel peggiore dei modi... smuovendo e facendo riemergere i più bassi istinti umani. Oggi infatti si parla di Clicktivism, cambiare il mondo con un click. Le cause per cui battersi nascono dal web e si diffondono a macchia "d'odio", letteralmente! Riorganizzazione delle idee, centralizzazione del problema, focus sulla controparte e azione dimostrativa, non spettacolo dell'egocentrismo!

Queste le basi di cui gli attivisti dovrebbero riappropriarsi per assumere credibilità in quanto "voci di verità scomode".

Commenti

  1. Sempre più apprezzabile la spettacolarizzazione alla nullafacenza o rassegnazione, ma poi siamo sicuri sicuri che la soluzione è in mano a chi ha creato il problema?

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